Nelle foto di Giuseppe Varchetta...
Le opere d'arte allora non saranno ritratte nel loro isolamento, nella loro "insularità", come dice appunto Simmel, ma nella loro relazionalità inquieta, segnalando nell'ambiente che circonda l'opera la presenza di un fluido immateriale di senso, che collega e connette l'opera allo spettatore.
Le strade della città non saranno nude, neutre, implacabilmente contemplative [...] saranno invece ogni volta solcate da segni non indifferenti, da tracce e ammiccamenti linguistici: un graffito su un muro, una scritta, un cartellone pubblicitario, il cui claim si combina in modo inaspettato con una frase scritta sul telone di un camion di passaggio...
Fulvio Carmagnola, Le fotografie di Pino Varchetta, in "Le tracce dello sguardo", p. 50
Le foto di Varchetta costituiscono la registrazione dello sguardo che lui dirige sugli uomini e sulle situazioni, in cui essi si trovano ad agire, fissano spesso in un istante decisivo e influente il tessuto narrativo, in cui si sono riversati i flussi delle loro esistenze. [...] Come diceva Henry James, le storie accadono soltanto a chi sa raccontarle. Ciascuna di queste foto è la testimonianza di un doppio sguardo, ossia la rappresentazione di una figura umana, di gruppi di persone, di città, strade e insegne, caricata dell'intentio auctoris, il quale esibisce quello che vede mostrando al tempo stesso il modo secondo il quale filtra la realtà che rappresenta.
Aldo Giorgio Gargani, La registrazione fotografica della contingenza e del caso, in "Le tracce dello sguardo", p. 53
Col suo obiettivo Varchetta pone domande e ottiene risposte, e le risposte dipendono dalle domande, come in meccanica quantistica. Anche i visitatori che egli fotografa pongono domande alle opere e ottengono risposte. A mia volta, io pongo domande alle foto di Varchetta e ottengo risposte.
Giuseppe O. Longo, La perplessità dell'arbitrario, in "Le tracce dello sguardo", p. 56
Le opere d'arte allora non saranno ritratte nel loro isolamento, nella loro "insularità", come dice appunto Simmel, ma nella loro relazionalità inquieta, segnalando nell'ambiente che circonda l'opera la presenza di un fluido immateriale di senso, che collega e connette l'opera allo spettatore.
Le strade della città non saranno nude, neutre, implacabilmente contemplative [...] saranno invece ogni volta solcate da segni non indifferenti, da tracce e ammiccamenti linguistici: un graffito su un muro, una scritta, un cartellone pubblicitario, il cui claim si combina in modo inaspettato con una frase scritta sul telone di un camion di passaggio...
Fulvio Carmagnola, Le fotografie di Pino Varchetta, in "Le tracce dello sguardo", p. 50
Le foto di Varchetta costituiscono la registrazione dello sguardo che lui dirige sugli uomini e sulle situazioni, in cui essi si trovano ad agire, fissano spesso in un istante decisivo e influente il tessuto narrativo, in cui si sono riversati i flussi delle loro esistenze. [...] Come diceva Henry James, le storie accadono soltanto a chi sa raccontarle. Ciascuna di queste foto è la testimonianza di un doppio sguardo, ossia la rappresentazione di una figura umana, di gruppi di persone, di città, strade e insegne, caricata dell'intentio auctoris, il quale esibisce quello che vede mostrando al tempo stesso il modo secondo il quale filtra la realtà che rappresenta.
Aldo Giorgio Gargani, La registrazione fotografica della contingenza e del caso, in "Le tracce dello sguardo", p. 53
Col suo obiettivo Varchetta pone domande e ottiene risposte, e le risposte dipendono dalle domande, come in meccanica quantistica. Anche i visitatori che egli fotografa pongono domande alle opere e ottengono risposte. A mia volta, io pongo domande alle foto di Varchetta e ottengo risposte.
Giuseppe O. Longo, La perplessità dell'arbitrario, in "Le tracce dello sguardo", p. 56
***
Credits. Tutte le foto di Giuseppe Varchetta sono sviluppate e stampate da Corrado Mauri


